Nis, Serbia.
Dopo tre giorni di viaggio la stanchezza inizia a farsi sentire. La pioggia fuori non aiuta.
Il comune è decoroso, la sala è piena di persone più o meno favorevoli e più o meno interessate all’iniziativa. Altri dormono.
La confisca dei beni mafiosi, e il loro riutilizzo sociale. I Serbi la vogliono.
La traduttrice davanti a me, oltre a suggerire alla sua collega, ammicca a Mario e me in maniera esplicita. Vuole dare l’idea di volere un non meglio precisato cazzo.
Magari lo vuole anche. Sulla quarantina, pelle rovinata dalle sigarette lunghe e bianche che fuma senza sosta, tatuaggio sulla caviglia destra. Piede sottile, è bassa. Ha sfornato due figli, la pancia lo dimostra, e lei la mostra in maniera esplicita con un top sotto la giacca semi trasparente. Si alza, belle tette da mamma, ma è dalla caviglia da cui non riesco a staccare gli occhi.
Sopra il malleolo questo piccolo tatuaggio sfumato, consunto, ma non rovinato dal tempo. Penso ad un altra vita passata quando ne vedo uno, un tatuaggio non più ben definito è la prova di un Passato. Un altra vita. Un disegno fatto per altre persone, probabilmente.
Bel culo per l’età, gambe corte. Sguardo annoiatissimo e triste, come la linea delle labbra. Ha visto cose che non posso immaginare ma che non le han fatto bene.
Manda un bacio alla collega che interrompe la traduzione simultanea per risponderle.
In Serbia c’è stato un necrologio per la morte di Pablo Escobar.
lunedì 18 maggio 2009
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento