Pristina è una marmellata di cemento e ferro spalmata su varie colline e una valle. Nel suo prima c’è il nulla. Attorno alla città solo prati, case isolate senza intonaco, strade fangose e pericolose. Anche bambini che acamminano per queste strade, vanno o tornano da scuola. Sono decine e sono gli unici esseri umani che incontriamo sulla strada tra la fatiscente dogana e la città.
Penso sia il posto più fangoso che abbia mai visto.
Poi arriva. La città si inizia a definire negli autolavaggi. Nulla di che. Una pompa, spugne, un garage. Dopo miglia di fanghiglia, la logica della loro presenza è inoppugnabile.
Poi il traffico, di colpo dietro una curva, ci esplode in faccia; i due caffè e la decina di sigarette prese dopo la frontiera salgono al cervello di chi guida. Partono rosari di bestemmie, insulti al cielo e alla terra e al sottoterra anche, è tornato a casa, è di Napoli.
Senza rendercene praticamente conto siamo immersi nel traffico peggiore. Non ci sono indicazioni, non c’è segnaletica, e sti deficenti non sanno guidare...
A Napoli tu guidi per la tua strada, loro ti si muovono attorno, a Napoli sembrano dimostrarti che chi è capace a stare sulla strada come si deve sono loro, non tu con la tua scuola guida e codici stradali in testa.
E poi Napoli ha il mare.
Scatta mezzogiorno. E lo sento, e mi prende di sorpresa come tutte le altre volte. Il Muezzin. La chiamata ai fedeli.
L’ultima volta che lo avevo sentito stavo condividendo saliva con una ragazza, ovvio che non lo avessi cagato più di tanto. Un anno fa quasi...
Ma, tornando a a noi, solo ora mi sento lontanto da casa. Mi odio, vivo una vita tentando di discernere ciò che è storia da ciò che è mito, ciò che è reale da ciò che è favola. Ma la mia parte razzionale in questo momento chissà dov’è...Sento solo la sua nenia, sento solo la sua voce che mi dice, Ehi...sai dove sei? Non sei a casa...Ecco dove sei...
E ha ragione, Serbia e Croazia potevano ancora, sforzandosi essere visti come noi, un pò diversi, un pò più poveri, un pò più sporchi, ma si alla fine si sa che ce la faranno, dai dai...su su civilizziamoli...
Qui no. Qui il Muezzin sta a dirci che da Qui in poi ci vuole rispetto. Da Qui in poi non c’è più Occidente. Anche se Pristina e il Kosovo in generale penso siano la cosa che più vuole essere occidente al mondo, non ho mai trovato da nessuna parte la necessità per un popolo di identificarsi così tanto con un mondo che non sarà mai loro e che mai li accetterà come costituenti del medesimo, lui ci ricorda che la religione, per noi come per loro c’era già prima dell’inglese del cinema e di internet.
E ci sarà, purtroppo, anche dopo.
E l’impasto di terra scura acqua pulita e spazzatura occidentale che trovi per terra è la cosa che meglio rappresenta questo posto...
lunedì 18 maggio 2009
Diario minimo dell'Itinerante 2
Nis, Serbia.
Dopo tre giorni di viaggio la stanchezza inizia a farsi sentire. La pioggia fuori non aiuta.
Il comune è decoroso, la sala è piena di persone più o meno favorevoli e più o meno interessate all’iniziativa. Altri dormono.
La confisca dei beni mafiosi, e il loro riutilizzo sociale. I Serbi la vogliono.
La traduttrice davanti a me, oltre a suggerire alla sua collega, ammicca a Mario e me in maniera esplicita. Vuole dare l’idea di volere un non meglio precisato cazzo.
Magari lo vuole anche. Sulla quarantina, pelle rovinata dalle sigarette lunghe e bianche che fuma senza sosta, tatuaggio sulla caviglia destra. Piede sottile, è bassa. Ha sfornato due figli, la pancia lo dimostra, e lei la mostra in maniera esplicita con un top sotto la giacca semi trasparente. Si alza, belle tette da mamma, ma è dalla caviglia da cui non riesco a staccare gli occhi.
Sopra il malleolo questo piccolo tatuaggio sfumato, consunto, ma non rovinato dal tempo. Penso ad un altra vita passata quando ne vedo uno, un tatuaggio non più ben definito è la prova di un Passato. Un altra vita. Un disegno fatto per altre persone, probabilmente.
Bel culo per l’età, gambe corte. Sguardo annoiatissimo e triste, come la linea delle labbra. Ha visto cose che non posso immaginare ma che non le han fatto bene.
Manda un bacio alla collega che interrompe la traduzione simultanea per risponderle.
In Serbia c’è stato un necrologio per la morte di Pablo Escobar.
Dopo tre giorni di viaggio la stanchezza inizia a farsi sentire. La pioggia fuori non aiuta.
Il comune è decoroso, la sala è piena di persone più o meno favorevoli e più o meno interessate all’iniziativa. Altri dormono.
La confisca dei beni mafiosi, e il loro riutilizzo sociale. I Serbi la vogliono.
La traduttrice davanti a me, oltre a suggerire alla sua collega, ammicca a Mario e me in maniera esplicita. Vuole dare l’idea di volere un non meglio precisato cazzo.
Magari lo vuole anche. Sulla quarantina, pelle rovinata dalle sigarette lunghe e bianche che fuma senza sosta, tatuaggio sulla caviglia destra. Piede sottile, è bassa. Ha sfornato due figli, la pancia lo dimostra, e lei la mostra in maniera esplicita con un top sotto la giacca semi trasparente. Si alza, belle tette da mamma, ma è dalla caviglia da cui non riesco a staccare gli occhi.
Sopra il malleolo questo piccolo tatuaggio sfumato, consunto, ma non rovinato dal tempo. Penso ad un altra vita passata quando ne vedo uno, un tatuaggio non più ben definito è la prova di un Passato. Un altra vita. Un disegno fatto per altre persone, probabilmente.
Bel culo per l’età, gambe corte. Sguardo annoiatissimo e triste, come la linea delle labbra. Ha visto cose che non posso immaginare ma che non le han fatto bene.
Manda un bacio alla collega che interrompe la traduzione simultanea per risponderle.
In Serbia c’è stato un necrologio per la morte di Pablo Escobar.
giovedì 7 maggio 2009
Diario minimo del itinerante 1
Pula, Croazia, prima tappa del viaggio che mi porterà in giro per i balcani orientali.
Mi siedo su una terrazza che si rivolge verso una piccola baia,tra scogli e arbusti mediterranei.
E’ il mio primo mare dell’anno...
Riesco a ricordare abbastanza con esattezza a ogni volta che ho visto il mare per la prima volta negli ultimi 10 anni. E’ una cosa che mi piace sempre molto, mi ricorda le infinite gare “a chi lo vede prima” spuntare da qualche curva prima di Savona, solitamente, fatte da piccolo con il fratellume.
L’aria è ancora fredda, c’è vento e a tratti piove pure. Gabbiani sparsi e soitari.
Insomma che vuole di più un poser per farsi una pippa mentale su quanto sia cool il mare non d’estate....
Sigaretta di tabacco d’obbligo e appunti su impressioni croate. La città è risente molto della vicinanza con l’Italia. E’ una città occidentale su una costa che è considerata dai nostri nostalgici territorio patrio. Potrebbe traquillamente trovarsi su un altra costa e dietro un altro confine, non ne avvertiresti la differenza. Rovine romane e costruzioni austro-ungariche ( era il porto militare dell’impero) si alternano a cantieri navali e strutture destinate al turismo.
D’estate, da quanto dettomi, si riempe di turisti, e lo si capisce dalla quantità di alberghi vuoti e ristoranti chiusi. L’evento si svolge dentro uno di questi santuari dedicati al soldo turistico. Una struttura non particolarmente azzeccata che da però oggettivamente su uno scorcio di Adriatico notevole. Piscina riscaldata e Casinò inclusi nel prezzo, presumo alto.
I ragazzi sono gestiti da una giovane croata dai modi di fare gentili e decisi. Sa che senza di lei nulla di ciò sarebbe possibile, ma non lo fa pesare, solo lo fa notare con il suo agire. L’associazione è piccola ma efficente. Il loro lavoro riuscirà bene. Ci trattano da signori. Grazie.
Mi siedo su una terrazza che si rivolge verso una piccola baia,tra scogli e arbusti mediterranei.
E’ il mio primo mare dell’anno...
Riesco a ricordare abbastanza con esattezza a ogni volta che ho visto il mare per la prima volta negli ultimi 10 anni. E’ una cosa che mi piace sempre molto, mi ricorda le infinite gare “a chi lo vede prima” spuntare da qualche curva prima di Savona, solitamente, fatte da piccolo con il fratellume.
L’aria è ancora fredda, c’è vento e a tratti piove pure. Gabbiani sparsi e soitari.
Insomma che vuole di più un poser per farsi una pippa mentale su quanto sia cool il mare non d’estate....
Sigaretta di tabacco d’obbligo e appunti su impressioni croate. La città è risente molto della vicinanza con l’Italia. E’ una città occidentale su una costa che è considerata dai nostri nostalgici territorio patrio. Potrebbe traquillamente trovarsi su un altra costa e dietro un altro confine, non ne avvertiresti la differenza. Rovine romane e costruzioni austro-ungariche ( era il porto militare dell’impero) si alternano a cantieri navali e strutture destinate al turismo.
D’estate, da quanto dettomi, si riempe di turisti, e lo si capisce dalla quantità di alberghi vuoti e ristoranti chiusi. L’evento si svolge dentro uno di questi santuari dedicati al soldo turistico. Una struttura non particolarmente azzeccata che da però oggettivamente su uno scorcio di Adriatico notevole. Piscina riscaldata e Casinò inclusi nel prezzo, presumo alto.
I ragazzi sono gestiti da una giovane croata dai modi di fare gentili e decisi. Sa che senza di lei nulla di ciò sarebbe possibile, ma non lo fa pesare, solo lo fa notare con il suo agire. L’associazione è piccola ma efficente. Il loro lavoro riuscirà bene. Ci trattano da signori. Grazie.
venerdì 17 aprile 2009
l'ultimo bicchiere

Se fossi capace a scrivere scriverei poesia e se fossi capace a metterle in musica canzoni.
Purtroppo son solo capace a leggere e ad ascoltare(poco peraltro) e quindi mi rifugio nei libri che mi facciano sentire meglio. Diventano come una droga di cui necessito, i libri, posso farne a meno per poco tempo come di un bicchiere di vino…
Si vino e libri e mangiare bene. Non richiedo di più perché di più non c’è nulla, o forse si? Magari la compagnia di un cane.
La gente mi annoia coi suoi discorsi sui problemi della vita, della società, della politica che non voglio sentire, che non mi interessano, che mi annoiano.
Non sono meglio di nessuno e non chiedo il rispetto di nessuno, chiedo solo il silenzio o al massimo che si parli piano in modo che non senta; non è difficile. Fate finta che non esista il mio ego ne sarebbe felice e ringrazierebbe inchinandosi e porgendo ramoscelli verdi en bois vert come le fratture di un bambino.
La gente vuole insegnare sempre, come vivere la vita, come fare qualcosa e anche io ci sono cascato diverse volte in questa trappola tesa dell’insegnamento, e ancora ci cascherò purtroppo; ma ho per lo meno la coscienza di capire che faccio una tremenda cazzata.
Voglio vedere San Pietroburgo poi posso morire, della vita ho già visto abbastanza, morire anche solo in senso figurato, sia mai. Che poi si muore dentro ad ogni compromesso che creiamo col nostro sogno, ad ogni passo indietro per paura, ad ogni rallentamento prevedibile lunga la strada che abbiamo scelto. Ogni volta che sbagliamo persona muoriamo dentro, lo sappiamo inutile far finta di nulla.
Le delusioni anche piccole ci distruggono per anni: gli amori adolescenziali ne sono la prova, ce portiamo dietro come tumori per tutta la vita…
Si può far finta che tutto ciò non esista che tutto sia curabile con due gocce prima di dormire per dormire meglio e svegliarsi ancora più morti dentro, capendo che si vive solo per le futilità della giornata, che quei sogni che da bambini avevamo non valgono più un cazzo, che l’utopia esiste e non è una parola da grandi, io ancora non ci credo, per lo meno non sempre la mia mente è lucidamente moribonda da capire che i sogni non si possono vivere in eterno.
Forse è per questo che bevo, per dimenticare,per vivere i sogni che avevo da bambino e fare finta per un attimo di esserlo ancora.
martedì 14 aprile 2009
L' INCOMBERE UMORALE DEGLI AFFETTI DEL SANGUE
CSI
Linea Gotica
(Black Out) 1996
alt-rock
di Lorenzo Salzano
plus
less
"Di colpo si fa notte/ s'incunea crudo il freddo/ la città trema/ livida trema"
Un brivido raggelato sembra pervadere la stessa Natura, il paesaggio notturno è pronto ad accendersi, come in un inferno di Bosch, sotto i colpi dei mortai. Ci si prepara a un'altra notte di guerra, l'ennesima dopo tre anni. La voce che ci trasporta in questo luogo è quella di Giovanni Lindo Ferretti, sul secondo album dei Csi, "Linea Gotica". La città ha nome Sarajevo.
Come in un cortocircuito, in questi versi si riannodano i fili delle esperienze condotte da Ferretti (la voce) e Massimo Zamboni (la chitarra), dalle case occupate di Berlino al successo italiano del "punk filosovietico" dei Cccp-Fedeli alla linea, fino a questo nuovo gruppo in compagnia di Gianni Maroccolo (basso), Giorgio Canali (chitarre), Francesco Magnelli (tastiere), Ginevra di Marco (voce e cori). Ci sono già stati "Ko de mondo" e "In quiete", dischi caratterizzati dalla ricerca della musicalità e della bellezza, ma qui si tratta di più di una raccolta di canzoni, c'è l'urgenza di chiamare di nuovo a raccolta i pensieri e gli amici per alzare la voce e commentare lo stato delle cose. Il punto di partenza è Sarajevo, città assediata, dove si sta consumando la sconfitta di una Europa impotente, incapace di impedire che, cinquant'anni dopo l'orrore delle leggi razziali, si verifichi un nuovo genocidio nel cuore stesso della civiltà occidentale.
"Cupe vampe", il brano iniziale, introduce la nuova Apocalisse attraverso il recitato solenne di Ferretti e l'accompagnamento incalzante di una chitarra acustica e di un violino ostinato, capaci di aprirsi in refrain corali ("s'alzano gli occhi al cielo/ s'alzano i roghi in cupe vampe) fino al parossismo della requisitoria finale: "Bella la vita dentro un catino/ bersaglio mobile di ogni cecchino/ bella la vita a Sarajevo città/ questa è la favola della viltà". Il rogo della Biblioteca di Sarajevo, simbolo di cultura e millenaria convivenza di popoli diversi, viene posto in copertina del disco, per sbatterci subito la realtà in faccia.
Lo spettro della musica folk, comparso già nell'ultimo Cccp ("Epica Etica Etnica Pathos") e nel live "In quiete" per rappresentare l'apertura della band al mondo, ritorna coerentemente a introdurre un album sulla fine della civiltà. La voce del cantante, cavernosa, baritonale, si mostra subito al suo apice drammatico, capace di solenni declamazioni sulle strofe come di alzarsi invasata nelle aperture melodiche dei ritornelli.
Come però dicono le note di Ferretti, "Linea Gotica" è "un disco di chitarre elettrificate", perché "questo è il suono del nostro tempo, per quanto detestabile possa essere questo suono e questo tempo". E' il momento quindi di riappropriarsi di un altro spirito, indomito, da brace sotto le coltri di cenere dell'esistenza: resuscitare il punk, in "Sogni e sintomi", come un lento spogliarsi dell'anima da orpelli inutili in tempo di guerra, zoppo della batteria, redivivo sotto le sembianze di un'estasi livida e psichedelica.
Punk non come riproposizione pedissequa di stilemi o ideologie vetusti, ma come forma di ascesi del suono, ridotto alla ferocia di una chitarra elettrica, perché, di fronte all'inaudito, ogni ulteriore abbellimento mancherebbe di forza e pudore. Lo stesso è chiesto alle parole: che dicano solo ciò che è vero e che è necessario, come strappandolo a forza alla morsa di un silenzio che l'anima, annichilita, reclama. E' la stessa intransigenza di quando i Cccp intitolavano il loro primo disco "Ortodossia", nel 1984. Lo spettro musicale, che nei due precedenti dischi sembrava allargarsi a esplorare le più svariate possibilità offerte dall'interazione di tastiere atmosferiche, chitarre acustiche e disturbi noise, qui sembra raccogliersi attorno a un nucleo centrale, suonare all'unisono come di necessità, pur senza perdere la propria ricchezza.
Il sovrapporsi dell'elemento melodico all'ascetismo punk crea la forza di questo disco che trova il suo centro in uno strumento, sintesi delle due anime del gruppo, ovvero il basso di Gianni Maroccolo. Sono le sue linee monumentali, dure e scabre come la pietra, inesorabilmente ritmiche ma al contempo melodiche a costituire lo scheletro di molti di questi brani, in gran parte privi di batteria.
Altrove, come in "Esco", il cuore del suono consiste in una dicotomia tra arpeggi lisergici e devastanti unghiate chitarristiche di Giorgio Canali. Fondamentale, quanto apparentemente defilato è il contributo di Zamboni, fatto di interventi semplici ma efficaci.
"Linea gotica" è un disco maturo, che aggredisce con durezza ma che sa anche e soprattutto avvolgere l'ascoltatore nell'abbraccio sonoro, consapevole della necessità di stringersi a raccolta quando "è l'instabilità che ci fa saldi ormai/ negli sgretolamenti quotidiani". Protagonista di questa calda inclusione è la voce femminile di Ginevra di Marco, disposta ad accogliere quanto la controparte maschile sa respingere: suo è il tocco che impreziosisce una ballata come "Blu", aggiungendosi alla voce di Ferretti nel ritornello corale.
"Linea gotica"è anche un disco pittorico, dove il rimbombo cavernoso del basso sembra aprire alla mente gli ampi spazi, le vertigini di buio di una cattedrale gotica, mentre i timbri chiari degli strumenti acustici sono file di ceri accesi a guidare l'occhio lungo le navate, fino alla luce dell'altare. Non per caso il senso profondo del disco verrà celebrato con un concerto nella cattedrale di Alba, preservato nell'album "La terra. La guerra. Una questione privata".
Mentre la guerra in Jugoslavia ripropone in modo terribile il tema delle identità nazionali, i Csi decidono di tornare indietro a un altro conflitto e al nucleo identitario di un altro Paese, il nostro.
"Alba la presero in duemila il 10 Ottobre e la persero in duecento il 2 Novembre dell'anno 1944". C'è bisogno di Fenoglio, delle sue parole essenziali e potenti, "aride schegge secche adatte al fuoco", dense come il fango in cui affondavano gli stivali, dure come la roccia delle montagne su cui combattevano i partigiani. Fenoglio, il narratore della Resistenza, la voce autentica (perché poetica) che ha raccontato questa parte di Storia senza retorica e paludamenti ideologici, proprio per questo attualissima. I Csi vogliono ricordare i cinquant'anni della Resistenza con un disco ("Materiale Resistente"), un concerto (a Correggio, il 25 aprile 1995), un film (di Guido Chiesa) in cui raccolgono intorno a sé parte della scena indipendente italiana per raccontare i canti e le storie dell'epoca, per tener viva la memoria.
Il brano che intitola il nuovo disco, "Linea gotica", nasce quindi da questa esperienza, ma, mentre Ferretti dipana la sua litania più solenne e terrigna, si rivela una vera mappa di riferimenti cui il cantante sembra aggrapparsi di fronte a una situazione storica di caos. "Occorre essere attenti/ e scegliersi la parte dietro la Linea Gotica" è un manifesto di sincera intransigenza, così netta era la linea che divideva l'Italia conquistata dagli Alleati da quella sotto i nazifascisti, tanto lo è la scelta di impegno che la realtà degli anni Novanta richiede a chi "vuol essere padrone di se stesso", non ci sono vie di mezzo. Ma la "piccola patria"che per il cantante "sa scegliersi la parte" è quella Emilia di cui è stato narratore fin dagli esordi, quindi la mappa di riferimenti è anche fatta di una serie di puntelli privati, sentimentali.
Il "Comandante Diavolo" Germano Nicolini e "il Monaco Obbediente" Giuseppe Dossetti (ai quali è dedicato il disco) sono i simboli della Resistenza nella regione, il primo di parte comunista, il secondo cattolico. Sono citati nel brano-chiave, quasi come a evocare le due anime complementari della cultura di cui Ferretti è figlio e a cui, a partire da questo disco, sembra aggrapparsi in un disperato bisogno di comprendere le proprie radici. E' questa la "questione privata" che (sempre citando Fenoglio) anima l'inquieta figura di questo intellettuale prestato alla musica attraverso i modelli (parole sue) dei canti degli alpini e di quelli da chiesa.
L'ultima parte del disco approfondisce quindi il vero nucleo problematico della sua ricerca di identità, ovvero il rapporto con la spiritualità e il cattolicesimo. Se le religioni organizzate si svelano nella luce più negativa nella disanima del conflitto jugoslavo in "Cupe Vampe", "Millenni" ripropone il tema abbracciando l'intera Storia come in un incubo, mentre "L'ora delle tentazioni" declina la problematica in chiave privata e autobiografica.
Questi ultimi due brani sono sintomatici dell'eclettismo che ormai caratterizza la band sul piano musicale e delle atmosfere: "Millenni" è un rock gotico e monumentale trainato dai giri ossessivi del basso e da lancinanti distorsioni chitarristiche, mentre il secondo brano costruisce una intensa recitazione su sparse note di pianoforte. Questo è insieme il momento più teatrale e il più didascalico, colorato da parchi interventi di chitarra fino all'apertura finale coi vocalizzi liberi della De Marco. Eppure il senso di coesione tematica, sonora, timbrica, è talmente forte che lo spettatore non sente soluzione di continuità. Ritorna qui un'altra ossessione già dei Cccp: l'idea della contemporaneità come nuovo Medioevo. Se dunque "Millenni" sembra rievocare i fiumi di sangue versati dalla Santa Inquisizione, la litania "rosa una rosa mistica rosa", sussurrata nel brano seguente da un Ferretti in deliquio sacrale, richiama il nodo irrisolto della cultura medioevale: il dissidio tra amore carnale e spirituale (si veda il "Roman de la rose" di Guillaume de Lorris e Jean de Meung). Ne "L'ora delle tentazioni"questo dubbio doloroso si trasforma in travaglio privato, mentre viene rievocata la rigida educazione cattolica ricevuta da ragazzo e si giunge al climax di "scaldano le braccia del peccato/ scaldano il freddo del firmamento/ ché è fredda la notte, è fredda la notte". Questi versi sintetizzano tutta l'atmosfera dell'album, che dipinge un mondo buio e freddo dove ci si cerca gli uni con gli altri quasi spinti da bisogni primari, di una purezza animale.
Ecco quindi il senso della cover di "E ti vengo a cercare" di Franco Battiato, privata della leggerezza synth-pop e trasformata in una solenne processione monastica: è l'appello a una divinità che non sia quella terribile invocata dalle guerre sante, ma un Dio d'amore. Il breve intervento vocale del cantautore catanese, autentico nume tutelare di un'opera come questa, è come un caldo raggio di luce che filtri attraverso il rosone della chiesa gotica, a rischiarare la contrizione di Ferretti.
Torna invece la purezza degli animali nella favola di "Io e Tancredi", che rievoca una sorta di apologo morale: "Sul fronte d'assedio a Sarajevo un piccolo gruppo di cavalli croati requisiti dai militari si è suicidato gettandosi in un burrone". Il tono è quello di una litania asfittica, quasi senza aperture melodiche, a testimoniare l'estrema posizione di chi è disposto alla morte in nome degli ultimi ideali rimasti di dignità umana, tanto calpestati che a ricordarceli possono essere degli animali. L'atmosfera scura, densa, fangosa come un paesaggio di guerra di Fenoglio, giunge a rischiararsi per l'ultimo brano. La bellezza sospesa creata dall'organo e dalle timbriche acustiche ne "L'irata" è quella di chi si veste per il giorno di festa, sapendo però che "oggi è domenica domani si muore": la purezza non può essere riaffermata, se non come atto estremo.
A chi appellarsi, per l'ultima affermazione di resistenza intellettuale e personale di fronte a un mondo che va in pezzi, se non alla intransigenza disperata di Pierpaolo Pasolini? A chiudere il disco sono quindi le parole del poeta delle "Ceneri di Gramsci", anche lui vicino a quel mondo contadino, alla dignità di quei fanciulli guerrieri che sono stati raccontati dai Csi come le radici del nostro Paese. L'effetto ottenuto qui è quello di un lento mantra circolare: "...Ad onta di ogni strenua decisione o voto contrario mi trovo imbarazzato sorpreso ferito per un'irata sensazione di peggioramento di cui non so parlare né fare domande...".
Con "Linea Gotica"(e col successo del seguente "Tabula rasa elettrificata") i Csi hanno dimostrato che unire cultura alta e bassa, impegno intellettuale e riscontri di pubblico, è possibile anche in Italia, basta avere delle idee e il coraggio per dirle ad alta voce. Rispetto a una tale dimostrazione di integrità, contano invece ben poco le vicende dei singoli personaggi seguite allo scioglimento del gruppo: anche queste sono, in fondo, una questione privata.
Linea Gotica
(Black Out) 1996
alt-rock
di Lorenzo Salzano
plus
less
"Di colpo si fa notte/ s'incunea crudo il freddo/ la città trema/ livida trema"
Un brivido raggelato sembra pervadere la stessa Natura, il paesaggio notturno è pronto ad accendersi, come in un inferno di Bosch, sotto i colpi dei mortai. Ci si prepara a un'altra notte di guerra, l'ennesima dopo tre anni. La voce che ci trasporta in questo luogo è quella di Giovanni Lindo Ferretti, sul secondo album dei Csi, "Linea Gotica". La città ha nome Sarajevo.
Come in un cortocircuito, in questi versi si riannodano i fili delle esperienze condotte da Ferretti (la voce) e Massimo Zamboni (la chitarra), dalle case occupate di Berlino al successo italiano del "punk filosovietico" dei Cccp-Fedeli alla linea, fino a questo nuovo gruppo in compagnia di Gianni Maroccolo (basso), Giorgio Canali (chitarre), Francesco Magnelli (tastiere), Ginevra di Marco (voce e cori). Ci sono già stati "Ko de mondo" e "In quiete", dischi caratterizzati dalla ricerca della musicalità e della bellezza, ma qui si tratta di più di una raccolta di canzoni, c'è l'urgenza di chiamare di nuovo a raccolta i pensieri e gli amici per alzare la voce e commentare lo stato delle cose. Il punto di partenza è Sarajevo, città assediata, dove si sta consumando la sconfitta di una Europa impotente, incapace di impedire che, cinquant'anni dopo l'orrore delle leggi razziali, si verifichi un nuovo genocidio nel cuore stesso della civiltà occidentale.
"Cupe vampe", il brano iniziale, introduce la nuova Apocalisse attraverso il recitato solenne di Ferretti e l'accompagnamento incalzante di una chitarra acustica e di un violino ostinato, capaci di aprirsi in refrain corali ("s'alzano gli occhi al cielo/ s'alzano i roghi in cupe vampe) fino al parossismo della requisitoria finale: "Bella la vita dentro un catino/ bersaglio mobile di ogni cecchino/ bella la vita a Sarajevo città/ questa è la favola della viltà". Il rogo della Biblioteca di Sarajevo, simbolo di cultura e millenaria convivenza di popoli diversi, viene posto in copertina del disco, per sbatterci subito la realtà in faccia.
Lo spettro della musica folk, comparso già nell'ultimo Cccp ("Epica Etica Etnica Pathos") e nel live "In quiete" per rappresentare l'apertura della band al mondo, ritorna coerentemente a introdurre un album sulla fine della civiltà. La voce del cantante, cavernosa, baritonale, si mostra subito al suo apice drammatico, capace di solenni declamazioni sulle strofe come di alzarsi invasata nelle aperture melodiche dei ritornelli.
Come però dicono le note di Ferretti, "Linea Gotica" è "un disco di chitarre elettrificate", perché "questo è il suono del nostro tempo, per quanto detestabile possa essere questo suono e questo tempo". E' il momento quindi di riappropriarsi di un altro spirito, indomito, da brace sotto le coltri di cenere dell'esistenza: resuscitare il punk, in "Sogni e sintomi", come un lento spogliarsi dell'anima da orpelli inutili in tempo di guerra, zoppo della batteria, redivivo sotto le sembianze di un'estasi livida e psichedelica.
Punk non come riproposizione pedissequa di stilemi o ideologie vetusti, ma come forma di ascesi del suono, ridotto alla ferocia di una chitarra elettrica, perché, di fronte all'inaudito, ogni ulteriore abbellimento mancherebbe di forza e pudore. Lo stesso è chiesto alle parole: che dicano solo ciò che è vero e che è necessario, come strappandolo a forza alla morsa di un silenzio che l'anima, annichilita, reclama. E' la stessa intransigenza di quando i Cccp intitolavano il loro primo disco "Ortodossia", nel 1984. Lo spettro musicale, che nei due precedenti dischi sembrava allargarsi a esplorare le più svariate possibilità offerte dall'interazione di tastiere atmosferiche, chitarre acustiche e disturbi noise, qui sembra raccogliersi attorno a un nucleo centrale, suonare all'unisono come di necessità, pur senza perdere la propria ricchezza.
Il sovrapporsi dell'elemento melodico all'ascetismo punk crea la forza di questo disco che trova il suo centro in uno strumento, sintesi delle due anime del gruppo, ovvero il basso di Gianni Maroccolo. Sono le sue linee monumentali, dure e scabre come la pietra, inesorabilmente ritmiche ma al contempo melodiche a costituire lo scheletro di molti di questi brani, in gran parte privi di batteria.
Altrove, come in "Esco", il cuore del suono consiste in una dicotomia tra arpeggi lisergici e devastanti unghiate chitarristiche di Giorgio Canali. Fondamentale, quanto apparentemente defilato è il contributo di Zamboni, fatto di interventi semplici ma efficaci.
"Linea gotica" è un disco maturo, che aggredisce con durezza ma che sa anche e soprattutto avvolgere l'ascoltatore nell'abbraccio sonoro, consapevole della necessità di stringersi a raccolta quando "è l'instabilità che ci fa saldi ormai/ negli sgretolamenti quotidiani". Protagonista di questa calda inclusione è la voce femminile di Ginevra di Marco, disposta ad accogliere quanto la controparte maschile sa respingere: suo è il tocco che impreziosisce una ballata come "Blu", aggiungendosi alla voce di Ferretti nel ritornello corale.
"Linea gotica"è anche un disco pittorico, dove il rimbombo cavernoso del basso sembra aprire alla mente gli ampi spazi, le vertigini di buio di una cattedrale gotica, mentre i timbri chiari degli strumenti acustici sono file di ceri accesi a guidare l'occhio lungo le navate, fino alla luce dell'altare. Non per caso il senso profondo del disco verrà celebrato con un concerto nella cattedrale di Alba, preservato nell'album "La terra. La guerra. Una questione privata".
Mentre la guerra in Jugoslavia ripropone in modo terribile il tema delle identità nazionali, i Csi decidono di tornare indietro a un altro conflitto e al nucleo identitario di un altro Paese, il nostro.
"Alba la presero in duemila il 10 Ottobre e la persero in duecento il 2 Novembre dell'anno 1944". C'è bisogno di Fenoglio, delle sue parole essenziali e potenti, "aride schegge secche adatte al fuoco", dense come il fango in cui affondavano gli stivali, dure come la roccia delle montagne su cui combattevano i partigiani. Fenoglio, il narratore della Resistenza, la voce autentica (perché poetica) che ha raccontato questa parte di Storia senza retorica e paludamenti ideologici, proprio per questo attualissima. I Csi vogliono ricordare i cinquant'anni della Resistenza con un disco ("Materiale Resistente"), un concerto (a Correggio, il 25 aprile 1995), un film (di Guido Chiesa) in cui raccolgono intorno a sé parte della scena indipendente italiana per raccontare i canti e le storie dell'epoca, per tener viva la memoria.
Il brano che intitola il nuovo disco, "Linea gotica", nasce quindi da questa esperienza, ma, mentre Ferretti dipana la sua litania più solenne e terrigna, si rivela una vera mappa di riferimenti cui il cantante sembra aggrapparsi di fronte a una situazione storica di caos. "Occorre essere attenti/ e scegliersi la parte dietro la Linea Gotica" è un manifesto di sincera intransigenza, così netta era la linea che divideva l'Italia conquistata dagli Alleati da quella sotto i nazifascisti, tanto lo è la scelta di impegno che la realtà degli anni Novanta richiede a chi "vuol essere padrone di se stesso", non ci sono vie di mezzo. Ma la "piccola patria"che per il cantante "sa scegliersi la parte" è quella Emilia di cui è stato narratore fin dagli esordi, quindi la mappa di riferimenti è anche fatta di una serie di puntelli privati, sentimentali.
Il "Comandante Diavolo" Germano Nicolini e "il Monaco Obbediente" Giuseppe Dossetti (ai quali è dedicato il disco) sono i simboli della Resistenza nella regione, il primo di parte comunista, il secondo cattolico. Sono citati nel brano-chiave, quasi come a evocare le due anime complementari della cultura di cui Ferretti è figlio e a cui, a partire da questo disco, sembra aggrapparsi in un disperato bisogno di comprendere le proprie radici. E' questa la "questione privata" che (sempre citando Fenoglio) anima l'inquieta figura di questo intellettuale prestato alla musica attraverso i modelli (parole sue) dei canti degli alpini e di quelli da chiesa.
L'ultima parte del disco approfondisce quindi il vero nucleo problematico della sua ricerca di identità, ovvero il rapporto con la spiritualità e il cattolicesimo. Se le religioni organizzate si svelano nella luce più negativa nella disanima del conflitto jugoslavo in "Cupe Vampe", "Millenni" ripropone il tema abbracciando l'intera Storia come in un incubo, mentre "L'ora delle tentazioni" declina la problematica in chiave privata e autobiografica.
Questi ultimi due brani sono sintomatici dell'eclettismo che ormai caratterizza la band sul piano musicale e delle atmosfere: "Millenni" è un rock gotico e monumentale trainato dai giri ossessivi del basso e da lancinanti distorsioni chitarristiche, mentre il secondo brano costruisce una intensa recitazione su sparse note di pianoforte. Questo è insieme il momento più teatrale e il più didascalico, colorato da parchi interventi di chitarra fino all'apertura finale coi vocalizzi liberi della De Marco. Eppure il senso di coesione tematica, sonora, timbrica, è talmente forte che lo spettatore non sente soluzione di continuità. Ritorna qui un'altra ossessione già dei Cccp: l'idea della contemporaneità come nuovo Medioevo. Se dunque "Millenni" sembra rievocare i fiumi di sangue versati dalla Santa Inquisizione, la litania "rosa una rosa mistica rosa", sussurrata nel brano seguente da un Ferretti in deliquio sacrale, richiama il nodo irrisolto della cultura medioevale: il dissidio tra amore carnale e spirituale (si veda il "Roman de la rose" di Guillaume de Lorris e Jean de Meung). Ne "L'ora delle tentazioni"questo dubbio doloroso si trasforma in travaglio privato, mentre viene rievocata la rigida educazione cattolica ricevuta da ragazzo e si giunge al climax di "scaldano le braccia del peccato/ scaldano il freddo del firmamento/ ché è fredda la notte, è fredda la notte". Questi versi sintetizzano tutta l'atmosfera dell'album, che dipinge un mondo buio e freddo dove ci si cerca gli uni con gli altri quasi spinti da bisogni primari, di una purezza animale.
Ecco quindi il senso della cover di "E ti vengo a cercare" di Franco Battiato, privata della leggerezza synth-pop e trasformata in una solenne processione monastica: è l'appello a una divinità che non sia quella terribile invocata dalle guerre sante, ma un Dio d'amore. Il breve intervento vocale del cantautore catanese, autentico nume tutelare di un'opera come questa, è come un caldo raggio di luce che filtri attraverso il rosone della chiesa gotica, a rischiarare la contrizione di Ferretti.
Torna invece la purezza degli animali nella favola di "Io e Tancredi", che rievoca una sorta di apologo morale: "Sul fronte d'assedio a Sarajevo un piccolo gruppo di cavalli croati requisiti dai militari si è suicidato gettandosi in un burrone". Il tono è quello di una litania asfittica, quasi senza aperture melodiche, a testimoniare l'estrema posizione di chi è disposto alla morte in nome degli ultimi ideali rimasti di dignità umana, tanto calpestati che a ricordarceli possono essere degli animali. L'atmosfera scura, densa, fangosa come un paesaggio di guerra di Fenoglio, giunge a rischiararsi per l'ultimo brano. La bellezza sospesa creata dall'organo e dalle timbriche acustiche ne "L'irata" è quella di chi si veste per il giorno di festa, sapendo però che "oggi è domenica domani si muore": la purezza non può essere riaffermata, se non come atto estremo.
A chi appellarsi, per l'ultima affermazione di resistenza intellettuale e personale di fronte a un mondo che va in pezzi, se non alla intransigenza disperata di Pierpaolo Pasolini? A chiudere il disco sono quindi le parole del poeta delle "Ceneri di Gramsci", anche lui vicino a quel mondo contadino, alla dignità di quei fanciulli guerrieri che sono stati raccontati dai Csi come le radici del nostro Paese. L'effetto ottenuto qui è quello di un lento mantra circolare: "...Ad onta di ogni strenua decisione o voto contrario mi trovo imbarazzato sorpreso ferito per un'irata sensazione di peggioramento di cui non so parlare né fare domande...".
Con "Linea Gotica"(e col successo del seguente "Tabula rasa elettrificata") i Csi hanno dimostrato che unire cultura alta e bassa, impegno intellettuale e riscontri di pubblico, è possibile anche in Italia, basta avere delle idee e il coraggio per dirle ad alta voce. Rispetto a una tale dimostrazione di integrità, contano invece ben poco le vicende dei singoli personaggi seguite allo scioglimento del gruppo: anche queste sono, in fondo, una questione privata.
venerdì 10 aprile 2009
parental advisory noiose parole
La rana lo diceva sempre che nel fango si sta bene, perché il fango è ricco di minerali alla vaniglia, che me lo ha fatto fare di uscire dalla placenta della mia vita per andare a fanculo per il mondo? A me sto mondo non piace non lo vedo ergonomico come una cucina ikea, è fatto male. Gli elettrodomestici del mondo sono ancestrali io li voglio più comodi, poi voglio tempo per leggere cazzo non c’è tempo…
No sto mondo a misurino di scemità non mi va’ ne creerò uno a misura mia un microcosmo caramellato dove nessuno entra se non supera un test.
Sarà un test semplice di cucina, perché se entra una persona deve amare la cucina.
Ma tutto il resto è noia sarcasmo e derisione tre comunioni della società la fantastica società in cui muorirò perirò. Solo il migliore vince ma io non son mai stato il migliore è una fatica che non so correre né vorrei mai, è molto più semplice ed affascinante stare coi desaparecidos i belli e vincenti mi annoia sempre a vantarsi, fra gli sfigati non ci si vanta mai. Si potrebbe piangere insieme a volte penso, ma poi perché dovrei mischiare le mie lacrime con le vostre?
Le mie son mie, i panni sporchi li lavo in casa e se anche li lavassi fuori li stenderei sempre io. Odio la gente che stende male checcazzo poi è tutto stropicciato… si lo so colpa dei mie genitori con le loro fisse dell’ordine.
Odio la gente che mangia per vivere, per lo meno non venirmi ad indicare la via verso la bulimia. Io vivo per mangiare adoro mangiare e bere bere tanto bere per dimenticare 10 minuti, si bere è affascinante il vino mi riempie la bocca e il cuore mentre un amaro me la distrugge per sempre. sono le due fasi della cena.
Ho smesso di fumare perché fumare non mi interessava era solo un costoso passatempo come il golf fumerò sigari cubani magari un giorno per godermi appieno un pranzo, cazzo ma la pipa?ma vedremo preferisco il sigaro meno manutenzione però anche la pipa coi suoi tempi mi attira…
Devo pulire casa prima che la polvere mi sfratti.
No sto mondo a misurino di scemità non mi va’ ne creerò uno a misura mia un microcosmo caramellato dove nessuno entra se non supera un test.
Sarà un test semplice di cucina, perché se entra una persona deve amare la cucina.
Ma tutto il resto è noia sarcasmo e derisione tre comunioni della società la fantastica società in cui muorirò perirò. Solo il migliore vince ma io non son mai stato il migliore è una fatica che non so correre né vorrei mai, è molto più semplice ed affascinante stare coi desaparecidos i belli e vincenti mi annoia sempre a vantarsi, fra gli sfigati non ci si vanta mai. Si potrebbe piangere insieme a volte penso, ma poi perché dovrei mischiare le mie lacrime con le vostre?
Le mie son mie, i panni sporchi li lavo in casa e se anche li lavassi fuori li stenderei sempre io. Odio la gente che stende male checcazzo poi è tutto stropicciato… si lo so colpa dei mie genitori con le loro fisse dell’ordine.
Odio la gente che mangia per vivere, per lo meno non venirmi ad indicare la via verso la bulimia. Io vivo per mangiare adoro mangiare e bere bere tanto bere per dimenticare 10 minuti, si bere è affascinante il vino mi riempie la bocca e il cuore mentre un amaro me la distrugge per sempre. sono le due fasi della cena.
Ho smesso di fumare perché fumare non mi interessava era solo un costoso passatempo come il golf fumerò sigari cubani magari un giorno per godermi appieno un pranzo, cazzo ma la pipa?ma vedremo preferisco il sigaro meno manutenzione però anche la pipa coi suoi tempi mi attira…
Devo pulire casa prima che la polvere mi sfratti.
lunedì 23 marzo 2009
my only friend
Brucia nella stanza un incenso che sa’ un po’ di fine…
Vorrei sentire il suono di “the end” dei Doors…
Vorrei aver un amico con cui acoltarla,
ma li ho distanziati tutti
si “the end” è la canzone giusta,
li ho sempre odiati i Doors con questo alone magico che non si meritano più di altri grandi gruppi
ma avevo bisogno di suoni sporchi stasera
la pulizia dei pink floyd non avrebbe scalfito nulla.
Una lama sottile e tagliente con un coltello per pulire il pesce,
deve affondare lentamente nei ricordi.
Forse domani mi sveglierò felice come al ritmo di “baba o’riley”,
non lo spero nemmeno,cosa mi può dare?
Falsi positivi, così spaventosi per lo statistico, lo diverranno anche per me,
lo spererei, così non si va da nessuna parte…
ma lo sento il suono… ora son tranquillo.
This is the end
Beautiful friend
This is the end
My only friend, the end
Dormirò non so come né dove ma dormirò per ora mi basta…
Vorrei sentire il suono di “the end” dei Doors…
Vorrei aver un amico con cui acoltarla,
ma li ho distanziati tutti
si “the end” è la canzone giusta,
li ho sempre odiati i Doors con questo alone magico che non si meritano più di altri grandi gruppi
ma avevo bisogno di suoni sporchi stasera
la pulizia dei pink floyd non avrebbe scalfito nulla.
Una lama sottile e tagliente con un coltello per pulire il pesce,
deve affondare lentamente nei ricordi.
Forse domani mi sveglierò felice come al ritmo di “baba o’riley”,
non lo spero nemmeno,cosa mi può dare?
Falsi positivi, così spaventosi per lo statistico, lo diverranno anche per me,
lo spererei, così non si va da nessuna parte…
ma lo sento il suono… ora son tranquillo.
This is the end
Beautiful friend
This is the end
My only friend, the end
Dormirò non so come né dove ma dormirò per ora mi basta…
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