Da piccolo le chiamavo “betomiere”, perché mi suonava meglio. Poi qualcuno, con mio grande disappunto, mi ha fatto notare che c’era la enne e non la emme; poco importa, per me restano con la M anche se, per amor d’ortografia e materna lingua, il titolo ha la N.
In questa personale betoniera cerchiamo (e mettiamo all’interno di un allegro insieme rotante, come quelli che si facevano alle scuole elementari con temperini e matite appuntite) di mischiare salumi e formaggi, viaggi e miraggi, calzature in pelle e pellicani in calzamaglia. Non è un arnese comunicativo, questo; no, mi dispiace. È piuttosto un esempio(mal riuscito…e mal riuscirà, povero me) di “fine a se stesso” e di “fine che non giustifica i mezzi”(questo giammai.), diciamo di “finalità posticipata e postuma”, “finale di partita” o “finalmente a casa”.
Potremmo usare un tritatutto, però l’amalgama ne risentirebbe senza un po’d’olio(e qui mi rimetto a correzioni di cuochi e artisti dei fornelli); oppure una lavatrice, però vuoi mettere che palle tutto quel candore residuo…Ok, una lavatrice piena di liquami. Ma che schifo, chi se la metterebbe in casa?
No no, meglio la “beto”, con le decalcomanie anni’80 attaccate sulla carrozzeria schizzata di cemento mummificato, monumento vivente (vive, e lotta insieme a noi, checchè se ne dica…) all’italia che spende e spande e costruisce e punta tutto sul mattone (che senza cemento è un orfanello stizzito). Alè, forza azzurri (mi sento in colpa; il biscione ha pure fottuto il colore alla nazionale, oltre al grido nazionalpopolare di “forza…..!”…maledetto.)
La Beto che è una poesia, che è come la Lollo o la Sofia, che dovrebbe essere mitizzata come la vespa o la cinquecento o il maggiolone…anzi, di più! È più di un mezzo di trasporto (cazzo, se ti ci metti dentro e la fai girare è come esser su uno shuttle), è uno stile di vita (ma questo lo dicono (non dell’amata mia beto) già i vespisti e i cinquecentisti e pure i maggiolinisti…), è un non-stile (questo va già meglio), è un piacere per gli occhi e per le orecchie…il rumore dell’accensione, come sgasa il motorino che dà il “LA” alla rotatoria perenne, piccolo astro celeste confinato sulla terra.
La betoniera è poi quella che ha battezzato uno dei più grandi calciatori di sempre…be-beto, astro brasiliano cresciuto in un cantiere edile di Salvador de Bahia ipnotizzato da quel cerchio che rigurgitava sputi grigi.
È l’eroina (leggasi eroe femmina) dei tempi moderni, l’aggeggio futurista che è comparso quando i futuristi erano già passati (e passato). È l’arte per l’arte, ma è pure arte utile (ed anche inutile se, come me, non hai la più pallida idea di come si metta in moto). E’……
….Ma qualcosa si affaccia all’orizzonte…un’ombra lunga e ruggente….cazzo….è arrivato il BETONCAR!!!
sig. Beavis
venerdì 23 gennaio 2009
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